1287 DR: La loro rete di vie sotterranee

Raerlan faceva strada, indicando a Daren sentieri che solo un elfo abituato a camminare nelle foreste avrebbe saputo individuare. Il drow lo seguiva in perfetto silenzio, portando sulle spalle il ragazzino. Mavael era abbastanza leggero da non rallentare il passo del guerriero, ed era anche molto silenzioso. Daren non poteva che essere grato per questo, contrastava con la sua esperienza in fatto di bambini.
Camminarono per un paio d'ore prima che Raerlan rallentasse per sussurrare all'amico: "Quell'albero secco segna il confine con il territorio del clan Gysseghymn, ora sarebbe meglio separarci. Mavael ti dirà dove andare, io farò un giro più largo, spero di attirare su di me l'attenzione dei ranger ricognitori che potrebbero passare di qui. Se dovessero trovarti, temo che Mavael non potrà aiutarti."
"Figuriamoci se ho mai pensato di poter contare sull'aiuto di un bambino." Sussurrò il drow, come se fosse una cosa ovvia.

Raerlan sparì nella notte, addentrandosi nel folto sottobosco. Daren rimase da solo con il suo piccolo passeggero, e in quel momento realizzò lucidamente quanto stesse rischiando, infiltrandosi nel territorio degli elfi di un altro clan senza permesso. L'offerta di Tazandil, giunta dopo decenni di totale chiusura, poteva essere la sua unica occasione di farsi accettare dalla gente di Johel; se l'avessero sorpreso ora, avrebbe mandato all'aria tutto… ma per una buona ragione, ricordò a sé stesso. Davvero una buona ragione.
Il drow ebbe cura di sistemarsi bene il cappuccio sulla testa, in modo che i suoi capelli bianchi non attirassero l'attenzione catturando la poca luce che c'era, poi ripartirono nella notte. Mavael lo guidò con gesti e indicazioni discrete, e i due procedettero lentamente, con cautela, fino all'alba.
"Quando manca ancora?" Domandò il drow sottovoce, notando che quel poco di cielo che si riusciva a vedere fra le fronde si stava ormai schiarendo.
"Poco." Soffiò il bambino. "E anche se sorge il sole, quaggiù non diventa più chiaro, almeno fino a metà mattina."
Daren era certamente lieto di sentirlo, ma non abbandonò la prudenza.
Ad un certo punto si rese conto che la foresta si stava facendo più scura, nonostante dovesse essere ormai mattino.
"Siamo quasi arrivati." Mormorò il ragazzino. "Arriviamo in un punto dove ci si può nascondere bene, e aspettiamo Raerlan."
"Sarà in grado di trovarci?" Sussurrò il guerriero, posando finalmente a terra il suo giovane carico. Mavael era una piuma, pesava così poco che Daren non percepì nemmeno un sostanziale cambiamento.
"Oh, sì. Lui può sempre trovarmi, se vuole." Fu l'enigmatica risposta del piccolo.

Trovarono una vasta macchia di alti cespugli e ci si nascosero dentro. Il drow era un po' infastidito all'idea che potessero esserci dei ragni in mezzo a quell'intrico di rami, l'ultima cosa che voleva in quel momento era che quelle creaturine strisciassero nei suoi capelli e sui suoi vestiti, ma per fortuna sembrava che nessun aracnide né insetto fosse interessato avvicinarsi a loro. In effetti nemmeno gli animali notturni li avevano disturbati o avevano incrociato la loro strada. Il drow se ne rese conto in un angolo della sua mente ma il pensiero venne immediatamente messo da parte. Ora aveva preoccupazioni più pressanti.
Attesero nel buio per quasi un'ora, prima che il silenzio relativo del primo mattino venisse disturbato da un suono simile a un grufolìo. Un grosso cane, il più enorme bestione di quel tipo che Daren avesse mai visto, aveva trovato la loro traccia e li aveva scovati nel loro nascondiglio. Il cane evidentemente aveva cercato di infrattarsi fra i cespugli, ma la sua grossa mole gli era d'intralcio e si era incastrato. Alzò la testa, li guardò con aria di innocente sorpresa e cominciò ad uggiolare piano. Alle sue spalle, le fronde si muovevano facendo rumore, sbatacchiate dalla grossa coda che si agitava per la felicità.
Il drow era preoccupato che potesse essere l'animale compagno di un ranger, ma era anche sollevato dal suo atteggiamento amichevole. Se solo fosse riuscito a calmarlo, così che non abbaiasse...
Mavael aveva altre idee.
"Yerkna!" Il bambino si alzò in piedi di scatto e andò a gettare le braccia intorno al collo del cane, affondando le dita nel folto pelo soffice e bianco come la neve. La grossa bestia cominciò a leccargli la faccia con entusiasmo.
Dev'essere il fidato animale di un ranger del suo clan. Dedusse il drow. Questo non è un bene, per me.
Un basso fischio da qualche parte fuori dai cespugli fece rizzare le orecchie al cane, che con qualche difficoltà si disincastrò dal groviglio di rami camminando all'indietro. Pochi secondi dopo, Raerlan apparve fra le fronde, procedendo a gattoni. "Ehilà. Bel posto. Non molto comodo, ma privato."
Riconoscendo il suo bislacco amico, Daren si rilassò notevolmente. "Non sapevo che avessi una bestia del genere." Sussurrò, cercando con lo sguardo un segno della pelliccia bianca del cane, ma il sottobosco era troppo fitto per vedere qualcosa.
"Yerkna tende a non saper essere discreta, quindi la porto raramente con me." Ammise il ranger con un sorriso di scuse. "Spero non ti abbia allarmato."
Certo. Non ho paura dei draghi, ma sono terrorizzato dai cani. Pensò l'elfo scuro con una smorfia sarcastica, ma decise di lasciar correre. Meno parlavano, meno possibilità avevano di essere scoperti.
"Dimmi solo dov'è l'ingresso di questo… posto… di questo sotterraneo dove devo andare. Se lo conosci."
Raerlan scambiò uno sguardo fugace con Mavael, assentì, poi fece cenno a Daren di seguirlo. Verso il cuore dell'intrico di cespugli. Il drow si lasciò sfuggire un gemito, ma non protestò.

"Non so se ci siano altri ingressi, ma conosco questo." Disse il ranger qualche tempo dopo, indicando una stretta fenditura in un mucchio di rocce che componevano il fianco di un terrapieno.
Il drow studiò quell'angusto passaggio con aria critica: un elfo ci sarebbe passato, sì, ma non senza fatica. Per fortuna era un guerriero che prediligeva l'agilità e la sveltezza più che l'uso di armature pesanti, altrimenti non sarebbe mai passato. Stese un braccio all'interno della fenditura per tastare l'interno, poi mosse un passo dentro, girandosi in modo da entrare camminando lateralmente; sarebbe stato inutile incastrarsi in quel cunicolo se nel giro di pochi metri si fosse ristretto così tanto da rendere impossibile avanzare o perfino retrocedere. Per fortuna, sembrava che dopo pochi passi la galleria si allargasse, scendendo di colpo con una pendenza fastidiosa. Anche il terreno sembrava farsi sdrucciolevole, dove le radici delle piante lasciavano spazio alla terra e alla nuda roccia.
Daren si ritrasse, per scambiare qualche parola con Raerlan. Una parte di lui sapeva che potevano essere le sue ultime parole verso una persona amica.
"Se dovessi… se dovessi fallire." Cominciò, in tono titubante. "Dì a Johel…" Ci pensò, ma non gli venne in mente nulla. Non era mai stato bravo con le persone. "Dì a Johel qualsiasi cosa possa farlo stare meglio."
"Non fallirai." Rispose l'alicorn, come se fosse un dato di fatto.
Il drow si addentrò nella stretta caverna, desiderando di condividere un po' della granitica sicurezza di Raerlan e Mavael.

I corridoi sotterranei non erano come se li era aspettati. Non erano giusti per ospitare una comunità drow, e men che meno una città, seppur piccola. Prima di tutto, erano stretti. Un dramma, per chi vuole far passare un esercito. Ottimi per la difesa, senza dubbio, ma non per sferrare attacchi, nemmeno sortite, a meno che non fossero sortite pensate per attirare gli elfi sottoterra. Ma gli elfi non sono così stupidi, si disse, mettendo da parte quell'ipotesi. Perché stabilirsi in un luogo pieno di cunicoli che si interrompono, si restringono, e in definitiva ti costringono a fare un'unica strada dopo esserti perso decine di volte? Finora non ho visto nemmeno una caverna adatta ad ospitare un elevato numero di persone.
Nonostante la tensione, Daren stava cominciando a sentirsi frustrato e quasi annoiato. Viaggiava alla cieca da ore, cominciava a sentire caldo, e sebbene non fosse mai stato claustrofobico (era un drow, dopotutto) non era abituato a gallerie così strette. Sembrava che dietro ogni svolta ci fosse il rischio di vedere il cunicolo restringersi fino a diventare impraticabile, a volte aveva dovuto addirittura procedere carponi. Le lucine danzanti che era costretto a tenere intorno a sé nei luoghi perfettamente oscuri erano più un fastidio che un aiuto, perché Daren non sapeva se oltre la prossima svolta avrebbe trovato un nemico acquattato nell'ombra, nel perfetto silenzio di un drow che tende un'imboscata; in quel caso, la luce avrebbe di certo rivelato la sua presenza, favorendo l'imboscata.

Per fortuna non incontrò nessuno. Trascorse in quel modo un altro paio d'ore, scendendo sempre più in profondità, prima di arrivare in un luogo che gli fece tirare un sospiro di sollievo e allo stesso tempo gli scatenò un brivido di orrore: una caverna molto più ampia.
Non era grande quanto le grotte in cui solitamente venivano fondate le città drow. La sua città natale, Menzoberranzan, sorgeva in una caverna che era ampia chilometri. Perfino la città di Skullport, il porto clandestino e multirazziale sotto Waterdeep, era stata costruita in una grotta ben più larga ed alta di questa. No, quello che aveva davanti era solo un grosso slargo, la confluenza di diversi cunicoli sotterranei, ma un posto del genere portava con sé promesse ancora più inquietanti: dove conducevano tutti quei cunicoli? Ad altre città nel sottosuolo? Oppure risalivano verso la Superficie, andando a perdersi come capillari sotto tutta la foresta?
La stretta galleria da cui Daren era arrivato si trovava in alto rispetto al suolo della caverna, quasi vicino al soffitto, e le pareti per arrivare lassù erano lisce e inclinate nel verso sbagliato: sarebbe stato impossibile risalire verso il cunicolo senza levitare. Daren era ancora in grado di farlo, ma gli richiedeva una grande concentrazione e per sua natura non avrebbe potuto farlo più di una volta al giorno; invece grazie ad un tatuaggio magico che anni prima una sacerdotessa aveva inciso sulla sua pelle nera, era in grado di levitare fino a tre volte in una stessa giornata. L'incognita però era il peso; sarebbe riuscito a sollevare nell'aria un altro elfo? Non ci aveva mai provato, ma non era molto fiducioso di riuscirci.
Il drow si sdraiò a terra, per minimizzare le possibilità di essere visto, e spinse le lucine fluttuanti tanto lontano dietro di sé quanto sentiva di poter rischiare. Se le avesse allontanate troppo, l'oscurità l'avrebbe reclamato a causa della sua maledizione, la mancanza dell'ombra, e Daren non aveva proprio voglia di affrontarne le conseguenze in quel momento.
Dalla sua posizione relativamente nascosta, si prese un po' di tempo per studiare la caverna. C'erano tre corridoi principali che confluivano lì, due alla sua destra e uno alla sua sinistra, e poi c'erano altre aperture più piccole che si aprivano a diverse altezze e che avrebbero potuto essere qualsiasi cosa: grotte secondarie, cunicoli senza uscita, gallerie come quella che aveva appena percorso… impossibile dirlo senza esplorarle.
Poteva essere un lavoro lungo, eppure era necessario. Dopo aver trovato l'elfo avrebbe dovuto anche portarlo fuori, possibilmente di nascosto; non sapeva quanti drow ci fossero, né se sarebbe stato possibile, anche remotamente possibile, sconfiggerli tutti.
D'altra parte, come esplorare quelle caverne senza incorrere in qualche sorvegliante? Daren conosceva bene i suoi simili e le loro astuzie. Sapeva di essere capace di nascondersi alla vista di un umano o perfino di un elfo, ma un altro drow avrebbe potuto starsene nascosto nell'ombra ad osservarlo senza che lui se ne rendesse conto, specialmente in un luogo che i suoi nemici sicuramente conoscevano molto meglio di lui.
Con un sospiro rassegnato, Daren si decise a fare una cosa che odiava e che gli causava molto disagio, ma che talvolta era necessaria.

Con la mano destra si sfiorò un punto appena sotto le clavicole, non molto lontano dal cuore. Ovviamente attraverso i vestiti e l'armatura leggera non poteva sentire al tatto le minuscole imperfezioni della pelle che il tatuaggio aveva creato, ma sapeva che il simbolo magico era sempre lì, a malapena visibile, un marchio di nero inchiostro sulla sua pelle quasi altrettanto nera.
Bastò un pensiero: spense la magia che teneva vive le lucine danzanti, e le luci si spensero con essa.
In un istante fu il buio. Il naturale, familiare, quasi confortante buio del sottosuolo, come quello in cui aveva passato buona parte della sua vita.
Ma fu solo per un attimo, perché subito quell'oscurità ordinaria venne sostituita da un'altra oscurità, che gli si sovrappose come un'onda di nebbia nera. Il drow aveva ancora davanti una caverna oscura, e certo non era possibile che fosse diventata più oscura, eppure lo sembrava. L'aria nera che aveva intorno sembrava l'origine del concetto stesso di buio, il buio di cui le creature di superficie hanno istintivamente paura, intessuto di incubi e promesse di morte. L'aria si era fatta improvvisamente più fredda, e anche la roccia sotto le sue mani sembrava volergli risucchiare il calore corporeo e la vita stessa.

Daren sapeva di trovarsi sul Piano delle Ombre, perché non era la prima volta che gli succedeva. La maledizione dei Senza-ombra dopotutto non era solo uno stigma sociale; quando un Senza-ombra cercava di nascondere la sua condizione a potenziali osservatori, rifugiandosi nella perfetta oscurità, il Piano delle Ombre lo reclamava dopo pochi secondi.
Il drow non aveva mai capito se quella meccanica fosse intenzionalmente punitiva oppure solo una conseguenza inevitabile. Ricordava benissimo il giorno in cui la sua ombra si era accorciata, come se si accartocciasse sotto i suoi piedi, ed era strisciata all'interno del suo corpo. Da allora, quando camminava nella luce, era come se la sua ombra non esistesse affatto, ma quando si trovava sul Piano delle Ombre la sentiva agitarsi, fredda e viscida come un'anguilla, come se smaniasse per ricongiungersi alla sostanza di quell'inquietante luogo di oscurità. Si era fatto l'idea che fosse la sua stessa ombra a trascinarlo su quel Piano ogni volta che si trovava nel buio completo, come se ne fosse attratta e il buio stesso potesse fungere da portale.
Per un normale viaggiatore, quel luogo era terrificante e alieno ma non intrinsecamente pericoloso, fatta eccezione per i mostri e i non morti che erravano a loro piacere in quelle lande. No, il Piano in sé era solo una copia oscura, imprecisa, illusoria e fredda del Piano Materiale, ma l'aria non era velenosa o maledetta, e nemmeno così gelida da poter davvero nuocere. Il cibo e l'acqua che si trovavano su quel Piano erano disgustosi e viscidi, ma non tossici. Una lunga permanenza laggiù poteva intorpidire gli arti e la mente, causando sconforto e depressione, ma solo alcune particolari zone eccezionalmente oscure e contaminate emanavano vera e propria energia negativa.
Per un Senza-ombra le cose erano un po' diverse, come Daren aveva scoperto fin dal suo primo spiacevole viaggio. Era come essere privi della pelle e di qualsiasi protezione anche minima. L'aria era più fredda, l'oscurità era opprimente, la tensione era viscerale paura (non per lui, ma per chiunque altro lo sarebbe stata), e l'energia negativa - che solitamente aleggiava in concentrazione così blanda da non poter nuocere, controbilanciata dall'energia positiva - veniva invece attirata verso il suo corpo come da una calamita. Il drow era sempre convinto che fosse la sua stessa ombra imprigionata ad attirare il freddo e le energie di morte del Piano delle Ombre, e ogni volta faceva in modo che il suo corpo ne restasse imbevuto fino a quando, in un qualche strano modo che lui non capiva, doveva sentirsi sazia. Purtroppo per lui questo significava che prima che il Piano delle Ombre lo risputasse fuori, ogni volta sperimentava malessere, debolezza e intorpidimento, come se la sua energia vitale gli venisse rubata. Neanche a dirlo, Daren cercava di evitare quanto più possibile di cadere nella trappola delle ombre, per questo si accertava sempre di avere con sé una fonte di luce.
Tutto questo potrebbe non servire a niente. Ricordò a sé stesso, mentre muoveva un passo apparentemente nell'aria. In virtù della particolarità del Piano delle Ombre, il suo piede si posò senza danno sul fondo della grotta, come se avesse sceso uno scalino alto una spanna. Questo è un luogo ingannevole, le gallerie potrebbero non essere come ora le vedo. Però…
Però, quale scelta aveva?

Di solito non si curava di lottare contro gli effetti nefasti del Piano delle Ombre. Perché scomodarsi? Prima avesse scontato la sua pena, prima sarebbe stato libero da quelle terre maledette. Il Piano delle Ombre poi non era mai completamente silenzioso; o meglio, lo era ai suoi orecchi, ma nella testa percepiva come dei sussurri al limitare della sua mente cosciente, mormorii di dolore e rimpianto che lo spingevano verso pensieri deprimenti e pessimisti. Sì, di solito faceva di tutto per abbassare le sue difese e lasciare che le cose seguissero il loro corso, ma stavolta no. Doveva cercare di restare nel Piano delle Ombre il più a lungo possibile, per memorizzare la planimetria di quelle gallerie. Si fece forza, contrapponendo la sua pura determinazione ai continui attacchi mentali e fisici delle ombre. Una volta preso il ritmo, non era così difficile, anche se ogni passo era sempre più disagevole. Concentrarsi sul panorama gli rendeva le cose un po' più facili. Le ombre amano cambiare, e nonostante Daren avesse camminato avanti e indietro molte volte in quelle gallerie, le svolte e le imboccature dei cunicoli sembravano mutare continuamente posizione.
Dopo alcune ore, comprese che non avrebbe ottenuto più di questo, ma ormai pesava di essersi fatto un'idea generale del luogo. Il panorama del Piano delle Ombre è instabile, ma instabile come l'ombra di un oggetto che oscilla alla luce di una candela; è sempre la stessa ombra, sempre dello stesso oggetto, e una mente attenta può capirne i tratti generali se non spreca energie a focalizzarsi inutilmente sui dettagli.
Prego che questi dettagli non mi servano poi così tanto, scherzò Daren fra sé e sé, perché essendo un drow capiva benissimo l'importanza di saper distinguere una galleria da un'altra grazie a minime differenze.Quantomeno ora so quanto è vasto questo intrico di cunicoli e forse… forse… ho individuato una o due vie per la Superficie.

Ormai era stanco, nel fisico e nello spirito, e proseguire oltre sarebbe stato inutile. Rinunciò alla sua lotta, arrendendosi al morso dell'energia negativa che aveva già abbondantemente iniziato a logorarlo nonostante avesse opposto resistenza. Qualche tempo dopo - secondi? minuti? non avrebbe saputo dirlo - ricomparve in una galleria secondaria, molto lontano dall'ampia grotta da dove era partito. Non perse tempo a guardarsi intorno, accese subito le lucine fluttuanti, e solo dopo si concesse di esplorare l'ambiente con lo sguardo.
Aveva supposto che, ovunque fosse l'accampamento drow, non potesse trovarsi in quelle caverne larghe a malapena quel che bastava perché due persone potessero camminare affiancate… e aveva avuto ragione. Nell'oscurità era solo.
Solo, e con l'aria di essere stato strapazzato dalle fatiche di un tremendo viaggio, un'impressione che avrebbe sfruttato a suo vantaggio.

Prima di proseguire in cerca dei suoi simili, frugò nel suo zaino ed estrasse un oggetto che conservava apposta per simili occasioni: un barattolo di coccio con dentro una sostanza preziosa, una pomata magica infusa con un incantesimo di illusione. Così come ogni giorno camuffava il suo orientamento morale, ora doveva fare qualcosa del genere per le sue spade. Non voleva rischiare che qualcuno si accorgesse che brandiva delle armi sacre, la cosa avrebbe destato sospetti. Si prese un paio di minuti per spalmare la sostanza oleosa sulla spada bastarda e sulle sue due spade corte. L'effetto non sarebbe durato più di qualche giorno, e sapeva che usare le armi avrebbe consumato il prezioso strato protettivo, ma la cosa importante era fare una buona… o megliocattiva… prima impressione.
Non prevedeva che il suo inganno potesse durare a lungo, in ogni caso.